Maledetti architetti
di Stefano Bocchio
I brandelli di campagna sfuggiti all’urbanesimo selvaggio degli ultimi decenni sono meravigliosamente piacevoli da osservare. Vi si riconosce un’ armonia e un ordine che derivano non tanto dagli elementi di naturalità sopravissuti, ma dall’impronta lasciata da generazioni di contadini che per secoli hanno disboscato, spostato pietre, piantato alberi, allineato filari, regimato le acque. Un lavoro immenso, che ha prodotto un paesaggio straordinario, incredibilmente realizzato, non secondo un progetto o un disegno preordinato, ma per effetto di un rapporto tra uomini e territorio, tra cultura e natura.
L’antico ordine sociale della aristocrazia, per quanto ingiusto, organizzava il territorio per finalità produttive, ma includeva il perseguimento della bellezza, dell’opera che dà piacere allo sguardo. Ai nobili e ai proprietari terrieri spettavano le ville patrizie con facciate neoclassiche, al popolo le case di pietra e legno, di mattoni cotti, di intonaci fatti con la terra. I centri storici dei nostri paesi sono fatti di edilizia minore, tramandata per mestiere nei modi e negli stili, nelle tecnologie e nelle forme. Un’estetica omogenea, riconoscibile perché originata dall’adattamento delle tecniche costruttive alle esigenze dell’uomo sul territorio: tetti a due falde, la linea del colmo parallela alla linea di livello del pendio, finestre verticali, più piccole sul lato nord….
A partire dagli anni sessanta un altro modo di produrre ha sostituito il secolare rapporto dei veneti con la propria terra. Il paesaggio dell’ancien régime è stato sommerso da brutti capannoni prefabbricati e sgraziate villette a schiera. L’assalto edilizio è tanto più forte là dove sono più presenti gli elementi storici e naturali del paesaggio. La nuova edilizia li distrugge e se ne accaparra le qualità naturali, sociali, e collettive, privatizzandone il valore. Alla società civile si è sostituita una sommatoria di interessi privati e il segno territoriale che deriva dalla società individualista è la città diffusa, quella sorta di periferia che mani anonime e geometrili hanno disegnato a ridosso dei nostri paesi, seguendo logiche strettamente speculative. Bifamiliari con giardino recintato e nanetti.
Nel mare magnum delle brutture edilizie contemporanee è annegata anche l’architettura. L’arte cioè di segnare un luogo e un tempo storico con una costruzione, assolvendo ad un compito al tempo stesso funzionale e di rappresentazione formale. Quante opere veramente degne di nota sono state realizzate nei nostri paesi negli ultimi anni? Quante di queste opere vengono portate ad esempio? Dalla alluvione cementizia di opere insignificanti degli ultimi anni emergono pochissime opere in cui l’architettura ha assunto forme non banali: la Dogana Veneta a Lazise, la riqualificazione del lungolago di Bardolino, l’impianto di Gardacqua a Garda, la biblioteca di Affi.
Con la rarefazione delle buone architetture è cresciuto invece il numero di coloro che discutono di architettura e urbanistica: ne parlano tutti, ambientalisti, politici, imprenditori, giornalisti. Spesso con il vezzo di parlare male delle poche opere che emergono per originalità dal contesto di banalità e brutture che ci circonda, come succede in particolare per le opere interamente nuove, il lungolago di Bardolino e Gardacqua. Passano sotto silenzio migliaia di metri cubi di edilizia insignificante, spesso orrenda, ma se un architetto tenta un gesto progettuale fuori ordinanza lo si maledice. Come se l’emergere di una qualche varietà formale fosse di per sé disdicevole.
Certo l’architettura non è una scienza perfetta e infallibile, talvolta può avere esiti discutibili, ma quando essa è parte di un onesto processo intellettuale di ricerca funzionale e formale, si vorrebbe che anche i fruitori e i cittadini facessero uno sforzo per evitare giudizi sommari e riconoscessero lo sforzo dei progettisti nel coniugare necessità tecniche e forme compositive. Una disposizione d’animo che aiuta a capire e apprezzare qualche buona architettura, fuori dal luogo comune della critica generalizzata.
Stefano Bocchio, architetto
(articolo tratto da IlGardesano.it)




